La guerra nascosta dell’acqua in Guatemala

 

Storie di acqua e disuguaglianze in Guatemala

Come l’industria dell’olio di palma sta scatenando conflitti per l’acqua

 

 

Frutti della palma da olio. ©Andrea Pepe

 

Nella corsa per la terra, le specie native delle foreste tropicali del Guatemala stanno inesorabilmente scomparendo, schiacciate dal peso dei cartelli agroindustriali a cui fanno capo 5 specie vegetali che hanno il monopolio e riducono la biodiversità: canna da zucchero, palma africana, banano, hule e caffè.

E nella corsa per l’acqua invece cosa sta succedendo? Come possiamo quantificare questo accaparramento (watergrabbing)? Chi sono gli attori del cambiamento e chi invece dirige dall’alto questo spaventoso circo di sopprusi, contaminazione e violazione dei diritti umani?

 

Dove il fiume Madre Vieja sfocia nell’Oceano Pacifico, incontriamo un ecosistema vitale: la foresta di mangrovie. Un habitat che non è risparmiato dagli impatti della monocoltura insostenibile della palma da olio che occupa da trent’anni questi territori, tra i più fertili, della Costa Sud del Guatemala. Questo fragile ambiente, colpito dalla contaminazione industriale delle raffinerie dell’olio, e che riceve sempre meno acqua dolce, perché derivata a monte per l’irrigazione, è stato quindi devastato irreversibilmente. Le comunità costiere, che da questa foresta dipendono in termini di sopravvivenza ed economia familiare, hanno dovuto affrontare una drastica riduzione dell’apporto proteico nella loro dieta per la perdita di moltissime specie ittiche a causa dei danni delle monocolture a una intera catena alimentaria. La foresta di mangrovie è l’habitat perfetto per la riproduzione di molti pesci, di granchi e di gamberetti. Si tratta di un ecosistema protetto a livello internazionale dalla Convenzione di Ramsar sulle zone umide,che è stata inoltre ratificata dal Guatemala nel 1990. Le mangrovie sono degli ecosistemi chiave poichè offrono molteplici servizi ambientali: difesa delle coste dalle maree e dalle onde anomale e inoltre trattengono una quantità di anidride carbonica, circa quattro volte superiore a quella assorbita normalmente dalla vegetazione tropicale. Delle vere e proprie spugne per la C02 atmosferica.  

 Impianto di pompaggio dell’acqua dal fiume Madre Vieja verso le coltivazioni. ©Andrea Pepe

 

La coltivazione della palma africana è estremamente idrovora: secondo i dati della Water Foot Print parliamo di 260.000.000 m3 di acqua usata ogni anno in Guatemala per le varie fasi di produzione (dalla semina, irrigazione e processi di lavaggio e raffinazione) dell’olio di palma a livello nazionale. Un debito che il Governo e le compagnie agroindustriali hanno contratto nei confronti dell’ambiente e delle popolazioni locali, private di una risorsa fondamentale per la sopravvivenza. Inoltre, come tutte le monocolture, la presenza di una sola specie vegetativa impedisce la coesistenza di altre: le radici delle piante della palma africana crescono orizzontalmente, a circa 50 centimetri dalla superficie, e formano una specie di tappeto sotto terra; scompaiono le nicchie ecologiche per la fauna; il suolo si impoverisce anno dopo anno, a cui seguono tonnellate di fertilizzanti che dispersi nell’ambiente stravolgono i fragili equilibri ecosistemici. 

Ambientalisti ed esperti lo sanno bene. Ma spesso gli agricoltori locali, schiacciati dai debiti e dalla mancanza di altre opportunità lavorative, optano per il business redditizio della palma, senza fermarsi a pensare ai rischi per la biodiversità e alla loro sicurezza alimentare. Smettono di piantare mais, fagioli, banane e pomodori, e convertono i loro appezzamenti privati in mini coltivazioni di palma africana.

Politicanti, governanti e istituzioni nazionali non badano alla protezione e preservazione delle risorse naturali, né tanto meno si preoccupano di applicare e/o promuovere norme che regolino un corretto utilizzo dell’acqua, delle foreste e del suolo, e congiuntamente vengono meno agli obblighi e responsabilità contratte in innumerevoli trattati ed accordi internazionali. Il Guatemala è un Paese dove non esiste il controllore. E se esiste è contemporaneamente il controllore e controllato. E’ un Paese dove non esistono i limiti, neanche sulla carta. Infatti, tra i fattori che alimentano i conflitti socio-ambientali possiamo delineare qui di seguito:

  • l’inefficacia del sistema nazionale in materia di normativa ambientale;
  • l’assenza del concetto di “sviluppo sostenibile”nella legislazione economica e nel sistema giuridico;
  • la carenza di strumenti preventivi e sanzionatori;
  • le debolezze della Valutazione di Impatto Ambientale: poche risorse, poca professionalità, pochi controlli e molta burocrazia;
  • la questione sociale è slegata da quella ambientale, per cui le politiche contro la povertà non tengono in considerazione le politiche ambientali; e
  • le istituzioni ambientali sono schiacciate dagli interessi industriali e sono pertanto ininfluenti sulle decisioni economiche.

Il mercato dell’olio di palma in Guatemala: una oligocrazia firmata Molina

Il Grupo Hame, fondato da una potente famiglia guatemalteca, Molina, è la principale impresa di produzione di olio di palma in Guatemala. Nasce nel 1952 e inizialmente si dedica alla produzione del cotone; poi nel 1973 compra la compagnia agroindustriale di raffinazione di oli e grassi vegetali, OLMECA S.A, e nel 1987 la coltivazione di cotone viene sostituita da quella palma africana. Nel 1992 inizia anche a gestire le coltivazioni di banane nel sud-ovest del Paese e a partire dal 2002 si espande in Costa Rica con la produzione del banano e poi in Mexico (2012) con la produzione di olio di palma. Attualmente Grupo Hame è il proprietario anche della compagnia di produzione di olio di palma RESPA (Reforestadora de Palmas del Petén S.A). Grupo Hame e RESPA hanno ottenuto alcune certificazioni di “sostenibilità”, tra cui la RAS (Rainforest Alliance-Red Sustainable Agriculture) e sono in attesa della RSPO (Roundtable for Sustainable Palm Oil). Il consumo di olio di palma in Guatemala viene impiegato nell’industria alimentaria (Bimbo e Frito-Lay), nei fast-food, nell’industria cosmetica (Unilever, Colgate e Palmolive), e per l’agro-diesel. Inoltre viene esportato in Messico, Olanda, Germania, Salvador e Venezuela.

Ultimi eventi

A inizio febbraio 2018, in seguito alla cattura di due imprenditori della Repsa, le multinazionali Nestlè e Cargill hanno promesso di sospendere il rifornimento di olio di palma da Repsa a partire da settembre 2018 a causa inoltre delle violazioni dei diritti umani, distruzione ambientale e corruzione che vedono questa azienda nell’occhio dello scandalo nazionale e internazionale.

Facciamo un passo indietro perchè Repsa è l’impresa responsabile dell’ecocidio del fiume La Pasión, nella regione di Peten, poichè nel 2015 ha contaminato il fiume con il Malathion, un potente erbicida usato appunto nella coltivazione. Gli abitanti di Sayaxché hanno denunciato la moria di milioni di pesci nel fiume. E Rigoberto Lima, un abitante locale,  ha seguito il caso e si è opposto in prima linea per il blocco delle attività industriali. Nel settembre 2017 Repsa è stata accusata dell’ecocidio e R.Lima è stato brutalmente assassinato.

Il 16 marzo 2018 sono stati arrestati, all’aeroporto La Aurora di Città del Guatemala, tre imprenditori dell’impresa Repsa: Hugo Molina Botrán, Luis Paz Maseck, Carlos Arévalo e altre 29 persone sono implicate nel nuovo scandalo nazionale a capo del quale c’è Geovani Marroquin Navas, già incarcerato per altri processi. Geovani M.N. ha offerto e pagato tangenti a funzionari del SAT (Sopraintendenza dell’Amministrazione Tributaria) in cambio di agevolazioni fiscali per un totale di 19 milioni di quetzales, circa 2.170.000 €.

Source International di cosa si sta occupando?

Source sta lavorando al progetto su vari livelli: da un lato l’investigazione ambientale ci aiuterà a capire come e quanto le monocolture di palma africana  e zucchero di canna stanno danneggiando l’ambiente e come la loro presenza possa essere correlata all’insorgenza di alcune malattie che colpiscono la popolazione della Costa Sud. Dall’altro canto, cercheremo di smantellare questa oscura rete di rapporti e business che si cela dietro prodotti che troviamo sulla nostra tavola quotidianamente e la cui filiera, molto sporca, è alla base di una guerra per l’acqua e per la terra dall’altra parte del mondo.

 

Laura Grassi, coordinatrice del progetto per Source International. © Andrea Pepe

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